Il web è morto - Xplace Digital Agency

IL WEB È MORTO, CHI LO HA UCCISO?

Cosa conta davvero nella costumer era

Per gli addetti ai lavori non è una novità (Wired lo scrisse in copertina nel settembre del 2010 scatenando reazioni contrastanti e un lungo dibattito), ma crediamo che sia bene, in questa sede, ripeterlo e soprattutto analizzare, ad anni di distanza, le ripercussioni che questa lungimirante affermazione ha avuto sull’evoluzione degli strumenti digitali, sul marketing, e su di noi come agenzia in primis.

Facciamo un po’ di ordine. Innanzitutto soffermiamoci sulla differenza fondamentale fra internet e web, che sembra una cosa scontata ma che purtroppo, specie in questo Paese, spesso non lo è: internet è una rete ad accesso pubblico che connette vari dispositivi in tutto il mondo, nonché il principale mezzo di comunicazione di massa del pianeta (il 50% della popolazione mondiale vi è connessa); il web, abbreviazione di World Wide Web, è solo uno dei servizi internet che consente di usufruire di un insieme vastissimo di contenuti (a giugno 2016 si stima che il numero di siti web pubblicati fossero circa 1 miliardo).

Già da questa prima e ovvia puntualizzazione si potrebbe intuire il motivo per cui si afferma che il web è morto (oggi a maggior ragione che nel 2010) ma basterà porvi una semplice domanda per chiarirvi la questione: che cosa fate la mattina appena alzati? Probabilmente prendete in mano il vostro smartphone e…?

Lasciateci indovinare: la maggior parte di voi consulterà App per le più disparate esigenze (Facebook, WhatsApp, Gmail, Il meteo, ecc.) e solo pochissimi navigheranno su siti web alla ricerca di informazioni. Agonia del web, appunto.

Ma non c’è da stupirsi. Essendo solo una piccola porzione di internet, è normale che ad un certo punto il web possa essere stato scalzato da altro. Del resto, se lo guardiamo dal punto di vista della storia dei mezzi di comunicazione di massa, questo è sempre successo, in maniera più o meno rapida: pensate, in successione, alla stampa, al telefono, al cinema, alla radio, alla televisione e a come uno o l’altro abbia subito crisi o rinascite e tutto vi sembrerà molto più semplice e normale.

In realtà la cosa fondamentale su cui puntare l’attenzione è un’altra: quali conseguenze ha avuto la morte del web sul marketing e sul modo di comunicare delle aziende?

Negli ultimi anni siamo passati dall’era dell’informazione alla customer era, il che non vuol dire che le persone abbiano smesso di informarsi o di decidere online, anzi: sono solo cambiati gli strumenti e le modalità con cui lo fanno, e i brand che non si sono adattati a questo nuovo corso cominciano già a soffrire e saranno destinati presto ad estinguersi (sta già accadendo).

In effetti, negli ultimi anni, si è riscontrato un generale calo della fiducia da parte dei consumatori, specie nei confronti dei brand più piccoli: cosa sta accadendo? Sono cambiate le aziende o è cambiato il modo con cui vengono percepite? E di chi è la colpa?

Ci sembra che ad andare in crisi sia stato quel modello di marketing che si muove su una logica “push” per arrivare ai consumatori, pensando più all’acquisizione di clienti che alla loro fidelizzazione, non comprendendo quindi la tendenza assolutamente “pull” della nuova era. Ciò che più spesso e da più parti si dimentica – e che ha decretato probabilmente la morte del web – è il fatto che il consumatore è, prima di tutto, una persona. Una persona che interagisce con gli altri, che dà e scambia la sua opinione, che ama conversare, sentirsi coinvolto, partecipare, condividere; ed oggi, dove sono i luoghi in cui tutto questo accade? Non il web, di certo.

Ma anche fra quei brand che hanno ben compreso cosa sta accadendo, e che hanno quindi cercato di intercettare il proprio cliente là dove si muove, abbiamo spesso notato una sorta di incapacità di ascoltare il mercato e soprattutto di interagire con esso.

Aumentare i fan e creare bei contenuti: questo il tormentone che ci siamo sentiti ripetere continuamente negli ultimi anni, come se bastasse una campagna oculata o dei bellissimi post per creare una comunità di persone fidelizzate.

La verità è che i contenuti sono la base, ma è l’interazione ad essere fondamentale. Perché il successo arriva quando sono le persone a raccontare il brand (o a poter raccontare, tramite esso, le proprie storie): il brand deve diventare solo un veicolo di valori condivisi e che può soddisfare i desideri delle persone. Ogni tentativo di comunicazione troppo frontale e aggressiva è destinato a fallire.

Come riuscirci? Il digitale ci dà sicuramente la possibilità di monitorare il mercato come mai prima d’ora, ma non basta. Oltre ovviamente a restare in ascolto, a stare sempre al passo con lo sviluppo delle nuove tecnologie e dei nuovi trend, dobbiamo partire dall’assunto fondamentale che abbiamo scritto poco sopra, adattandolo però anche ai brand e al nostro lavoro: siamo, prima di tutto, persone, esattamente come i consumatori.

Dalla nostra capacità di interagire, dalla nostra sensibilità, dall’acume, dalla disponibilità all’ascolto, dalla nostra capacità di empatia con le persone dipende quello che può fare la differenza, a parità di strumenti. E questo vale per i brand come per Xplace. È solo in uno scambio autentico e coerente con le persone che si può avere successo; e non solo: si può cambiare e migliorare la propria offerta per soddisfare le esigenze di chi è destinato a usufruire dei nostri servizi/prodotti.

Ed è per questo che troverete il nostro sito completamente rivoluzionato: coerentemente con il nostro modo di vivere il lavoro e con quanto detto finora, esso sarà un semplice punto di incontro di conversazioni che si svolgono altrove. Un’occasione per conoscerci che andrà in tante direzioni differenti, a seconda di quello che vi interessa scoprire.

Quindi, buona navigazione e ricordate: #HumanFirst!